RICORDO DI DON LEO COMMISSARI




Missionario in Brasile dal 1970, animatore del progetto "Chiese sorelle", è stato ucciso nell'ultima notte di primavera, a Saõ Bernardo.


Saõ Bernardo - Scuola professionale: Don Leo Commissari e Suor Daniela Bonello

Saõ Bernardo - Scuola professionale: Don Leo Commissari e Suor Daniela Bonello


INCONTRARE DON LEO
di Antonio Taglioni


Conoscere Don Leo è stato importante e significativo. Quei suoi luminosi occhi di cielo ti entravano dentro, ti conquistavano; la dolcezza del suo sorriso così disarmante ti diceva subito della sua attenzione alla tua persona.
Ora Caino ha rubato la luce di quegli occhi, ha spento quel sorriso amico e fraterno. Vive e vivrà certo, la sua autentica testimonianza cristiana fra noi che l'abbiamo conosciuto.
"È tra gli ultimi, spogliati di tutto, perfino della loro dignità- scriveva Don Leo, per il Progetto Lugo-Saġ Bernardo, - che ho imparato che solidarietà non significa solo spezzare un pezzo di pane, ma assumere la causa di tutti i poveri del mondo e soprattutto far conoscere la grandezza dell'amore di Dio ....".
Amore di Dio, fede, solidarietà con tutti gli uomini, ecco allora le coordinate della sua vita e le radici della sua coerenza.
Ma chi era Don Leo Commissari?
Di famiglia imolese, già nei primi anni '70 partiva come missionario per il Brasile; nel 1975 per Natale scriveva ai giovani lughesi di Gioventù Studentesca da Itapetinga e così li sollecitava: "...È suonata l'ora di uscire dal generico e dall'angelismo di una testimonianza di fede che non tocca nessuno, totalmente individuale, slegata dalla storia con tutti i suoi problemi. Io vi confesso che fino ad oggi... non mi sono giocato molto. Ma capisco che non può continuare così, che il discorso della comunione e della liberazione deve concretizzarsi nella situazione. Qui entra il rischio... la società del consumo non accetta nessun profeta. Il suo obiettivo è solo il potere, la sua logica è la menzogna e la violenza".
Nel 1976 era a Medellin in Colombia per un corso di Pastorale nell'istituto del Celam, unico del genere in America Latina. È lì che a suo dire, fa il punto sul lavoro di cinque anni in terra brasiliana. Nel 1978 è ancora in Brasile, prima a Salvador di Bahia, poi a Saġ Bernardo do Campo (periferia di San Paolo), ove aveva avviato il Progetto Chiese Sorelle.
Progetto che col tempo si era sempre più allargato coinvolgendo prima la comunità di Imola, poi quella lughese. Nel 1979 l'aveva raggiunto Don Nicola Silvestri, per alcuni anni cappellano nella parrocchia di San Giacomo di Lugo; nel 1980 anche Don Sante Collina era a Saġ Bernardo, dopo un'esperienza missionaria in Kenya; era stato parroco di Giovecca.
Poi, nel novembre del 1993, è arrivato laggiù anche il giovane settantenne Don Angelo Ceroni, conosciutissimo parroco di San Giacomo. Don Angelo era stato precedentemente rettore del seminario diocesano di Imola, da cui provengono tutti i preti impegnati nel Progetto. Con Don Angelo, così, un cerchio si chiudeva nel segno forse di un disegno molto alto. Fin dall'inizio, poi, il Progetto era stato arricchito dalla presenza dell'Istituto S. Francesco di Sales inizialmente con Suor Innocenza e dalle suore del S. Cuore di Lugo. Per Imola le suore di S. Teresa, quelle del S. Cuore e le suore "tribbioline".
Don Leo, prima della missione brasiliana, come cappellano nella parrocchia di San Francesco di Paola (era stato ordinato sacerdote nel 1967), aveva accompagnato l'esperienza di Gioventù Studentesca a Lugo. Correvano gli ultimi anni '60. Furono quelli tempi di grande crescita per i giovani e molti ricordano con entusiasmo la vita comunitaria nei campi scuola e di lavoro estivi da lui organizzati. Attualmente a Sao Bernardo era il responsabile della parrocchia di Gesù di Nazarè e del Centro Comunitario, che Lugo ha voluto.
Al normale lavoro nella missione affiancava anche responsabilità direttive nella Curia di Santo Andrè. Da diocesi come queste partono molte delle direttive sociali più importanti, come ad esempio il sostegno alla lotta dei "senza terra", la campagna per il sostegno all'infanzia o l'appoggio alle popolazioni del Nord-Est, travolto dalla siccità.
Personalmente, poi, era impegnato contro i trafficanti della droga da cui aveva subito pesanti minacce. Così, in proposito, dichiarò agli alunni della media di Lavezzola nel febbraio di quest'anno: "Di fronte alla mia abitazione c'è una baracca dove durante la notte viene spacciata la droga. E proprio nelle favelas, che sono come la giungla, si nascondono alcuni banditi per spacciare le droghe più care".
Ancora adesso Don Leo vivrà in mezzo alla sua gente anche se l'ultima notte di primavera è stato assassinato ai margini della favela "Oleodutto"; il suo riposo eterno sarà fra i favelados con i quali tutto condivideva. Aveva solo 56 anni.
Forse l'uomo non è intimamente buono, più Caino che Abele. Ma ha un dono immenso e prezioso: l'intelligenza. È su questa che Don Leo, a mio giudizio, ha puntato tutto per dare una base solida ad una insostituibile solidarietà fra gli uomini; solidarietà che non fosse solo emotiva e quindi passeggera, ma radicata nella cultura personale di ognuno, nello stile di vita: vedere sempre l'altro come ricchezza che ci completa, appunto.
Per Don Leo, uomo di purissima fede evangelica, la parola di Dio va tradotta nel concreto, nell'oggi, su scala locale e planetaria e ricordando sempre che gli insegnamenti di Gesù hanno, anche, una dimensione economica, politica e sociale. La sua lucerna non è stata mai nascosta sotto il moggio, ma è sempre stata in alto a far luce. Chi vuole puù ancora vederla. Chi non vuole, deve proprio coprirsi gli occhi.


Questo "articolo" è stato scritto da un'alunna di seconda media, ed è nato come esercitazione didattica: parlare dell'incontro con don Leo Commissari in forma di cronaca giornalistica. Non avremmo mai creduto che avesse potuto diventare un "ricordo di don Leo".

LA SCUOLA MEDIA DI LAVEZZOLA ALLESTISCE OGNI GIORNO UN PICCOLO BAR PER AIUTARE I BAMBINI DEL BRASILE
di Lisa Signani, 2ª C

Lavezzola, 17 febbraio - Non solo l'UNICEF e le grandi organizzazioni internazionali aiutano i bambini bisognosi. Questo fatto è dimostrato dalla scuola media di Lavezzola che assieme ad altre, di Lugo e di Imola, aderisce al progetto di solidarietà "Saġ Bernardo". Solo che la scuola "A. Stoppani" di Lavezzola aiuta... mangiando e bevendo.
Tutti i giorni, infatti, dal 1992, un gruppo di tre alunni, a turno, allestisce un piccolo bar nel corridoio della scuola vendendo crackers, succhi di frutta e tè per poi inviare il ricavato, tolte le spese, in Brasile.
Il progetto di solidarietà raccoglie dai territori di Imola, Lugo e Lavezzola dei fondi per Saġ Bernardo non lontano da San Paolo, dove alcuni missionari cercano di aiutare la popolazione delle favelas ed in particolare i bambini, che sono i più indifesi.
Uno di questi missionari è don Leo che ieri ha incontrato i ragazzi della scuola media di Lavezzola per raccontare loro cosa ha trovato e come si vive in Brasile.
Con lui c'erano anche alcuni amici e catechisti brasiliani, in Italia per un breve soggiorno. Era presente anche il maestro Antonio Taglioni, personaggio ormai di casa qui, perchè mantiene i contatti tra la scuola di Lavezzola e il centro di Lugo.
Ma don Leo come ha deciso di fare il missionario? Ha portato dei cambiamenti in lui questo "lavoro"? Ecco le prime curiosità dei ragazzi. Ed ecco le risposte.
Quando aveva dodici, tredici anni, pure essendo affascinato dal Brasile, non pensava ancora di fare il missionario. È diventato prete nel 1967 ed è partito per il Brasile due anni dopo. "Quando sono tornato in Italia per la prima volta" ha dichiarato "mi sono sentito un pesce fuor d'acqua perchè ho trovato una grande differenza tra i due paesi". Aggiunge anche di non essere stanco di fare il missionario, benchè abbia ora 57 anni; anzi la prospettiva di fare, di impegnarsi, di essere attivo è proprio ciò che lo fa sentire giovane.
Certamente, il suo "lavoro" ha portato in lui notevoli cambiamenti: maggiore serenità, capacità di capire gli altri e di adeguarsi alle situazioni.
Parlando delle favelas dice: "Pensate che sono baracche costruite con legno, lamiere e altro materiale di recupero, spesso senza acqua e senza luce. Il pavimento può essere addirittura di terra battuta e gli scarichi quasi sempre allo scoperto. Per questo c'è poca igiene" continua il missionario "ed è frequente il rischio di contrarre malattie".
Per l'incontro, gli alunni di tutte le classi avevano preparato molte domande: domande sulla scelta di vita di don Leo, sulle favelas, sul Progetto di solidarietà, sui bambini, sulla società brasiliana. Ci sono state risposte interessanti su tutti gli argomenti. Gli ospiti brasiliani, nonostante le difficoltà della lingua, si sono fatti capire benissimo. Ma le risposte più toccanti sono state forse quelle riguardanti i bambini.
"Sono molto contenti quando li si va a trovare perchè, nonostante la sofferenza fisica, la cosa di cui hanno più bisogno sono l'affetto e la comprensione. Quando questi elementi mancano i bambini sono abbandonati a se stessi e si formano così anche delle bande esposte a grossi rischi".
Ma, don Leo, esistono veramente "squadroni della morte"?
"Sì, esistono gruppi di banditi e criminali che fanno strage di bambini delle favelas. Per le strade delle grandi città; perchè molti di questi bambini finiscono per vivere nella strada: sono chiamati "niños de rua", bambini di strada.
La cosa peggiore è che di questi "squadroni della morte" fanno parte anche poliziotti o ex poliziotti, cresciuti alla scuola della violenza. Gli "squadroni" sono l'eredità di una dittatura" conclude il missionario, "ma il discorso sarebbe troppo lungo".
Parlare di bambini porta anche a parlare di droga. Quelli delle favelas respirano o masticano la colla (sì, quella da falegname) perchè costa poco e si trova facilmente (ma è ugualmente nociva). Ricorrono alla droga in un certo senso a causa della povertà visto che queste sostanze fanno sentire meno gli stimoli della fame.
Alcuni banditi, per spacciare le droghe più care, si nascondono proprio nelle favelas, che sono come una giungla. Chi li trova? "Di fronte alla mia abitazione c'è una baracca dove durante la notte viene spacciata la droga" ha dichiarato don Leo.
Sempre parlando di bambini nasce il problema scuola. Problema serio, perchè scuole non ce ne sono, come del resto non ci sono uffici pubblici (per quanto riguarda i negozi, si vendono solo pochi prodotti alimentari; e bevande alcoliche, sempre per "scacciare" la fame).
"Vi lascio questa videocassetta, guardatela! Vi farete un'idea più concreta di Saġ Bernardo". Con questa frase del maestro Taglioni si conclude l'incontro con gli amici brasiliani. Alcuni alunni scrivevano diligentemente sui loro blocchetti, come piccoli giornalisti. Chissà cosa ne faranno i ragazzi degli appunti che hanno preso? Forse un tema!


CARISOLO, estate '68.
Don Leo Commissari con i giovani lughesi di "Gioventù Studentesca". Abbraccia don Leo Giulio Galletti, presidente del Distretto Scolastico.
Carisolo, estate '68

COME UN PADRE
di Tiziano Conti

Non volevo crederci quando domenica scorsa ho saputo: don Leo è stato assassinato in Brasile, a Saġ Bernardo, il paese tanto amato.
In quel momento ho provato una grande angoscia e una enorme tristezza, pari solo a quella che sperimentai quando un medico mi disse - dall'oggi al domani - "Tuo padre non può farcela, la sua vita non potrà essere più lunga di qualche mese..."
La mente è ritornata agli anni in cui l'ho conosciuto, attorno al 1969: in effetti per me - nel pieno dell'adolescenza in cui è d'obbligo contestare tutto e tutti in primo luogo l'amore e l'affetto dei propri genitori - don Leo è stato come un padre.
Erano anni difficili nel pieno della contestazione giovanile: l'arciprete di Barbiano, don Marino, lo chiamò, con un gesto di grande lungimiranza, per fargli incontrare un gruppo di ragazzi, a cui la fede domenicale non bastava più.
Don Leo ci amò, con quella serenità che proveniva dalla sua persona, pacata ma attenta ad ognuno: con ciascuno di noi ebbe pazienza, attenzione, affetto; ci mostrò come Dio ci amasse, così come eravamo e come la fede fosse una cosa "grande", per la quale coinvolgersi col cuore, non solo con il rispetto di alcune regole formali.
Sono certo che se non mi fosse stata data l'opportunità di conoscerlo e seguirlo in quegli anni cruciali - sia a livello personale coi miei 16/17 anni, sia a livello sociale per quello che rappresentò la fiammata della contestazione, soprattutto negli anni seguenti del "tutto è politica" - oggi la mia vita, con ogni probabilità sarebbe diversa.
Dopo don Leo un altro sacerdote - in anni seguenti - è stato altrettanto determinante nella mia esistenza, don Beppe Tagariello: non posso fare a meno di ringraziare anche lui. Poi don Leo andò in Brasile, a Itapetinga: quante lettere ci scrivemmo in quegli anni, e sempre era un piacere leggerle, perchè nelle sue parole c'era sempre anche il suo cuore.
Il tempo è passato, il legame per forza di cose si è affievolito, ma quando tornava in Italia cercavo sempre di rivederlo.
L'ultima volta è stato nell'aprile scorso, quando la domenica precedente il suo rientro in Brasile, ha celebrato la S. Messa presso la Parrocchia S. Giacomo di Lugo. Al termine sono andato a ringraziarlo ancora una volta per il modo semplice e generoso di donarsi agli altri, anche nel celebrare i Sacramenti: ci siamo lasciati con la promessa che, al successivo ritorno in Italia, sarebbe venuto a casa nostra.
Questo pranzo non ci sarà: nel mio cuore, però, non mancherà il profumo della tua dolcezza e della tua serenità.
Grazie don Leo: Dio ti benedica.



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